Talento e Vocazione

ARTICOLO SCRITTO DA: CAROLINA BIANCHI FORMATRICE SCUOLA OLTRE

TALENTO E VOCAZIONE

Andava così, ai tempi degli ultimi anni della scuola primaria e delle scuole medie. Il giorno prima di quello in cui avremmo avuto l’ora di educazione fisica saliva una grande ansia. Paura di non farcela, paura di farsi vedere in abbigliamento aderente, frustrazione per il fatto di non essere “dotati” come gli altri. Ripensavo alle scuse che avevo già utilizzato più e più volte, che quindi non sarebbero state più credibili, alla ricerca di qualcosa di nuovo.

Non che io non avessi voglia di muovermi e di sperimentare che cosa il mio corpo in trasformazione potesse fare, sia chiaro. Piuttosto, non era possibile per me reggere il peso delle continue prese in giro da parte dei compagni e dei voti a malapena sufficienti, nonostante l’impegno che io mettessi nello svolgere le prove assegnate. Quella valutazione quantitativa così fredda e impersonale racchiudeva con del fil di ferro un complesso moto interiore fatto di impegno, di voglia di conoscere i propri limiti, di cambiamento fisico e ormonale, e di sopportazione di episodi di bullismo. Nulla di più inappropriato di un numero per descrivere una tela variopinta come questa.

A distanza di quattro lustri, sotto il sole di maggio, corro in solitaria la mia prima maratona. Sono accompagnata al traguardo da tutte le mie età. Sembra una frase fatta, ma la parte fondamentale di questa storia, è stata il percorso. La persona che a stento riusciva a terminare un giro del campetto di atletica aveva portato a termine quarantadue chilometri e centonovantacinque metri. Tra quelle due distanze sono cambiate tante cose, e la meno rilevante sono stati i chilometri accumulati nelle gambe. Io potevo farcela, potevo riuscire a raggiungere un obiettivo per il quale non avevo alcun talento particolare. Io, le mie paure e la mia imperfezione ce l’avevamo fatta. Io, ce l’avevo fatta.

Qualche tempo dopo, grazie al loro Prendila con Filosofia. Manuale di fioritura personale, Maura Gancitano e Andrea Colamedici aprono in me una riflessione su Talento e Vocazione. Risuona con la mia storia, eccome.

Il talento ha a che fare con la capacità o la non capacità di fare qualcosa. La vocazione invece ha a che fare con una “chiamata”. È la sensazione di essere chiamati a fare qualcosa, non per forza legata al fatto di possedere o meno un talento. Quando viviamo la nostra vocazione, ci suggeriscono i filosofi, ci sentiamo in uno stato di flusso, dei “pesci nell’acqua”.

Lo sviluppo dei talenti dovrebbe essere subordinato alla vocazione, perché i talenti sono sì, innati, ma spesso si possono anche allenare. Spesso invece si ha la sensazione, ci viene suggerito, di dover “spendere” e coltivare il proprio talento nella direzione in cui la società ha necessità che venga speso, pena, il senso di colpa per aver “sprecato” qualcosa. Come se la vocazione fosse conseguente al talento.

Proviamo a porci la domanda contraria, quante vocazioni vengono messe a tacere, o non vengono considerate, perché manca del “talento” (o per non sprecarne altrove)? Questa seconda situazione risulta spesso molto più accettabile dalla società.

«È così brava in matematica, non vorrà mica davvero scegliere il Liceo Linguistico.» È una frase che ho sentito tante volte. Poi poco importa se nel mondo non fiorirà un’appassionata linguista con delle spiccate doti logico-matematiche. Il suo gettone è stato speso come previsto. 

Quante vocazioni non vengono assecondate perché i ragazzi e le ragazze che cresciamo «non sono portati per» oppure sono «talmente bravi in altro che sarebbe un peccato se»?

Io credo che il peccato sia non credere che ognuno possa seguire la propria vocazione e allenare i talenti per potersi finalmente lasciare fertilizzare dal mondo, e fertilizzarlo a sua volta.

C’è un testo a cui sono molto legata che calza a pennello con la nostra riflessione: L’arte di correre, di Haruki Murakami. In questo racconto autobiografico, lo scrittore giapponese racconta di come l’attività dello scrittore abbia per lui una grande affinità con quella del maratoneta (aspetto meno noto ma fondamentale della persona di Haruki Murakami). Quel che conta è seguire la propria vocazione, e con umiltà e metodo allenarsi per perseguire quello che ci fa sentire «pesci nell’acqua». Fare fatica, accettare momenti di blocco, stare nella frustrazione della pagina bianca o delle gambe che non girano.

La fine della mia storia autobiografica è che, nel mese di novembre, avrei dovuto correre la maratona di Atene (quella per cui mi preparavo da due anni, ma per via della pandemia è stata rimandata il primo anno). Due settimane prima del grande giorno, un infortunio al ginocchio. Quello per cui mi preparavo da due anni non si sarebbe avverato.

A distanza di qualche mese capisco di essere stata «un pesce nell’acqua» perché il fatto che io sia riuscita a fare o meno la maratona di Atene è pressoché indifferente. È stato davvero il percorso a contare. Ho seguito la mia vocazione senza farmi fermare dalla difficoltà incontrata durante il percorso. La maratona è avvenuta dentro di me.

Lasciamo che anche gli altri vivano la propria maratona, e che sia la vocazione a dettare la direzione.

Colamedici e M. Gancitano, Prendila con Filosofia. Manuale di fioritura personale, HarperCollins Italia, 2021

Haruki Murakami (trad. A. Pastore), L’Arte di Correre, Einaudi, 2009

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