Impronta digitale

Impronta digitale

08/03/2021

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ARTICOLO SCRITTO DA: ANNA PIRATTI FORMATRICE SCUOLA OLTRE

 

 

IMPRONTA DIGITALE

«La mia qualità più grande è la timidezza».

Questa frase è stata pronunciata di fronte a tutta la classe, ai professori e agli operatori museali, da un’esile ragazzina di seconda media a conclusione del progetto interattivo Impronta Digitale.

Ho progettato questo atelier-installazione per la mostra di illustrazione “Il Corpo”, al Museo Diocesano di Padova nel 2018.

www.icoloridelsacro.org

Da allora il mondo è cambiato: guardiamo quasi straniti a quel tempo in cui si potevano fare uscite scolastiche, visitare città e musei, ci si poteva sedere in cerchio e parlare, spintonarsi e mangiare panini tutti appiccicati, pescando biscotti dallo stesso sacchetto.

Un tempo in cui mascherina voleva dire Arlecchino e Pulcinella.

Ci manca quella scuola che tanto ci permetteva di sperimentare e di cui forse allora non eravamo pienamente consapevoli.

Ripercorrendo quel progetto, che esprime il suo pieno potenziale in presenza, voglio qui raccontarne l’eredità e suggerire una riflessione per la disciplina Arte e Immagine nella scuola secondaria di primo grado.

L’idea è partita studiando le caratteristiche delle impronte digitali e vedendo come esse si formino definitivamente nel feto all’ottavo mese di gravidanza e non cambino per l’intera vita.
Le impronte digitali sono peculiari per ogni essere umano al punto che, data la loro unicità, rappresentano uno straordinario elemento di identificazione.
L’aggettivo digitale è poi oggi tra i più usati, poiché con i polpastrelli gli individui interagiscono con i mezzi tecnologici.
C’è un’espressione che definisce la generazione di quanti sono nati intorno agli anni 2000, sono i cosiddetti nativi digitali.A questa fascia giovanile si rivolge Impronta Digitale che mira a valorizzare l’unicità di ognuno nell’incontro con l’altro.

Il luogo dove si svolgeva l’atelier, l’elegante Salone dei Vescovi del Museo Diocesano di Padova, con i suoi affreschi e gli spazi imponenti infondeva valore allo stare insieme, ricordando che il dove influenza nel bene e nel male il chi, il cosa e il come.
Per me e le mie colleghe illustratici, impegnate in quegli anni nella sezione didattica del museo, era a dir poco leggendario l’istante in cui ci si affacciava al Salone dei Vescovi conducendo per esempio una classe esplosiva e la si vedeva ammutolire all’istante…

www.museodiocesanopadova.it

Immersi in tanta bellezza, invitavo gli alunni a colorare la sagoma nera di un’impronta stampata su fondo rosso pensando contemporaneamente alla loro migliore qualità.
L’impronta personale in questo passaggio non è ancora una traccia, è pensiero.
«Cosa penso di me?».
Le lamentele non sono mai mancate, sintetizzo: «Non so che cosa so fare…mi piace giocare a calcio, mi piace leggere! È giusto?».
Non proprio, la domanda riguarda quel qualcosa di davvero speciale di cui si può andare intimamente fieri.
Difficile? Si molto.
Riusciva infatti più semplice identificare le qualità dei compagni piuttosto che le proprie. Ecco allora fiorire frasi del tipo «Lei è generosa, mi passa il quaderno ogni volta che non faccio in tempo a ricopiare, non devo neanche chiederlo», oppure «Io non so che qualità ho, vado male in tutte le materie!!», «Tu sei il più simpatico della classe, se non ci fossi tu sarebbe una noia!» (risposta sincera e risata unanime).
E poi ancora molti silenzi, sguardi smarriti, barlumi di coraggio, dichiarazioni, battute e scherzi.

E così il tempo scorreva placido come un fiume primaverile, dove al pensiero, si alternavano il disegno, il colore, la parola. Il vociare assumeva forme ovattate nello spazio architettonico amplificato, mitigato dalla presenza degli affreschi, per un’esperienza d’arte intima e corale, così come dev’essere l’esperienza artistica per potersi definire tale.
L’atelier proseguiva in forma di installazione: invitavo gli alunni alla costruzione di un’opera collettiva promuovendo il contributo personale in un contesto allargato.
Parafrasando l’azione: la mia migliore qualità ha senso quando è condivisa e condivisibile, cioè quando la metto a disposizione degli altri.
Questo passaggio incoraggiava molti a farsi avanti, ivi compresa quella ragazzina allampanata, che con voce lieve, ma ferma, ha dichiarato essere la timidezza la sua più grande qualità.
Mi è rimasta particolarmente impressa perché alle sue parole è seguito un attimo di silenzio, molti si devono essere chiesti a chi e a cosa serva essere timidi…

Mah, facciamo un esempio.
Pensate a Bertie, incoronato re Giorgio VI d’Inghilterra nel 1937.
Di carattere mite e sofferente di balbuzie si è trovato a dover assolvere ai suoi doveri di re, parlando di fronte alla nazione. Una vicenda esemplare narrata nel pluripremiato film The King’s Speech, “Il Discorso del re”, dove la timidezza regna sovrana orchestrando uno straordinario riscatto.
https://www.youtube.com/watch?v=S3vXVZundqQ

Nel lasciarvi alle immagini di Impronta Digitale, https://www.flickr.com/photos/[email protected]/albums/72157712050242331/with/49166073477/
vi invito a provare questo passaggio del progetto con i vostri alunni: proponete un disegno,  anche un semplice mandala, che potete stampare e colorare in classe o in solitaria, in presenza o a distanza, a seconda della situazione regionale in cui vi trovate.
Provate a pensare contemporaneamente alla vostra migliore qualità.
Quel qualcosa che fa di voi, Voi, e che potete offrire agli altri.
Nel dare questo input tenete a mente che l’esperienza artistica non è intrattenimento, svago, gioco, emozione o libera espressione. Non soltanto.

È in primis apprendimento.

Tutte le immagini sono tratte da ANNA PIRATTI ART

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