Fare un uso cosciente dei social media

Fare un uso cosciente dei social media

13/09/2021

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ARTICOLO SCRITTO DA: ANNA ABBATE FORMATRICE SCUOLA OLTRE

 

FARE UN USO COSCIENTE DEI SOCIAL MEDIA

Tecnologia, media e social media, inutile nasconderlo, fanno parte delle nostre vite, o meglio delle nostre quotidianità, più di quanto ci piaccia talvolta ammettere. Ma sono le tecnologie fini a sé stesse il reale problema?

Cambiando semplicemente punto di vista, forse il problema non potrebbe risiedere nella mancanza di un’educazione all’uso cosciente degli strumenti digitali?

In questi ultimi anni è molto in voga appellare le ultime generazioni con la locuzione di “nativi digitali” facendo riferimento al fatto che fin dai primissimi anni di vita i bambini e le bambine vengono a contatto con dispositivi tecnologici digitali, acquisendo un’innata predisposizione a tutto ciò che l’era di Internet propone.

A mio avviso solo in parte questo è vero. I giovani d’oggi sono senza ombra di dubbio capaci di usare la tecnologia, intuitivamente sanno utilizzare e comprendere un programma assai più rapidamente di noi adulti, che necessitiamo di maggior tempo per comprendere certi passaggi.

Il nodo della questione è proprio questo.

È evidente a tutti l’innata naturalezza con la quale i giovani, anche i piccolissimi, navighino e si muovano all’interno di programmi e social, quello che però viene trascurato è il comprendere e verificare quanto conoscano in termini di sicurezza, di protezione delle connessioni, di conoscenza della privacy propria e altrui.  Se andiamo a indagare circa l’uso consapevole che fa il nativo digitale della tecnologia, potremo limpidamente dire che è praticamente nullo, come del resto lo è l’assoluta mancanza di educazione che riceve da parte di genitori e scuola all’uso di questi strumenti.

Non metto in dubbio che ci siano molti e molte giovani “navigatori e navigatrici” responsabili delle azioni che pongono in essere quando operano nel web, ma i più utilizzano Internet e i Social Network senza porre attenzione alle azioni che mettono in atto e alle conseguenze che ne potrebbero derivare.

Il proprio cellulare, diventata quasi un’estensione di sé stessi, è perennemente a portata di mano, nel bisogno impellente d’immortale qualsiasi cosa si faccia o stia accadendo. E così fin da bambini, cominciano a postare foto e video senza minimamente padroneggiare la materia della privacy e le nozioni tecniche legate alla sicurezza. Ma se già la mancanza di queste conoscenze è grave, lo è ancor di più, a mio parere, il fatto che non ci sia un’elaborazione del pensiero e una proiezione degli effetti che le proprie azioni messe in atto comporteranno o potrebbero comportare. Essere responsabili significa essere consci delle conseguenze che derivano dalle nostre azioni, che siano esercitate nel mondo reale o in quello virtuale.

Perché i giovani di oggi sembrano essere sempre meno capaci di essere responsabili di ciò che fanno?

Forse il problema è da ricercare a monte: gli stessi genitori non sono capaci di insegnare questa fondamentale lezione di vita, non sono in grado di trasmettere i giusti insegnamenti atti a far maturare il giovane consapevolmente. In un certo senso assistiamo a un processo che si rivela piuttosto di deresponsabilizzazione anziché responsabilizzazione.

Citerò un piccolo esempio tratto dal mondo scolastico, banale ma capace di rendere quel che intendo.

L’aver introdotto per esempio il registro elettronico nelle scuole ha, a poco a poco, deresponsabilizzato i giovani studenti. Non è più necessario ascoltare il docente che assegna i compiti… «tanto consulterò il registro elettronico e se mancherà qualcosa nel registro, non sarà più colpa mia l’aver dimenticato di studiare tal pagina o tal capitolo… sarà responsabilità del professore che non lo ha scritto!»

Non viene più data importanza al porre attenzione, all’essere responsabili delle proprie attività scolastiche e di studio.

Ma se a causa della distrazione, mi sfugge l’assegnazione di una parte dei compiti e non la scrivo sul diario e la lezione successiva arrivo impreparato e prendo un brutto voto, quella sì sarà una lezione di vita che mi aiuterà a crescere e probabilmente varrà più di mille parole. La volta successiva, io sono certa che, porrò attenzione a quel che dice l’insegnante nel momento di assegnazione dei compiti a casa. Ma oggi, ahimè, non è così, tanto c’è il registro elettronico. E il medesimo discorso vale per i voti, per le assenze, ecc.

L’alunno/a nel suo percorso scolastico invece di essere stimolato/a a maturare, viene sgravato/a di momenti di crescita che richiedono un’assunzione di responsabilità: dire o non dire ai genitori di aver preso un brutto voto, decidere di nascosto di non andare a scuola erano momenti di crescita che ponevano il giovane dinnanzi alle sue responsabilità, di cui doveva dare spiegazione ai propri genitori. Oggi questo non accade più, deresponsabilizzando i giovani che non si misurano più con le prime prove della loro vita.

Ma torniamo a noi e al mondo della tecnologia.

La mancanza di educazione alle responsabilità che ciascuno ha dinnanzi a sé stesso e agli altri conduce ai sempre più frequenti episodi di cyberbullismo per esempio.  Non si è in grado di capire che non è lecito pubblicare foto di chiunque senza il consenso di chi è immortalato. Non si è in grado di capire quale sia il limite, perché non si conoscono le regole di “questo mondo” che si ritiene di saper padroneggiare e conoscere egregiamente e che invece nasconde tante insidie.

L’educazione digitale deve cominciare presto, a piccoli passi, ma fin dalla scuola primaria.

I Media ed i Social Network fanno parte delle nostre vite è ed inutile demonizzarli o negarli. Il problema non sono gli strumenti tecnologici, spesso considerati come nocivi. Gli strumenti tecnologici non sono né buoni né cattivi; è l’uso che se ne fa che dev’essere il risultato di un’educazione.

E intendiamoci, non solo i giovani necessitano di una vera e propria formazione alla tecnologia, ma gli stessi adulti che molto spesso inciampano negli stessi errori dei ragazzi per ignoranza. Oggi siamo tutti tenuti a conoscere le norme sulla privacy se pretendiamo di essere dei bravi navigatori. Per navigare nel mare digitale, ci sono regole e comportamenti da assumere che vanno studiati, appresi e fatti propri, prima di avventurarsi in mare aperto.

È possibile sopperire a questa ignoranza condivisa tra giovani e adulti? Assolutamente si!

Prima di far ricadere, in tal senso, la responsabilità della formazione alla scuola, i primi passi devono essere fatti a casa: in famiglia. Cominciate a navigare insieme ai vostri figli, non lasciateli da soli. Fate vedere loro come si usa un motore di ricerca e come si selezionano i risultati.  Ponete delle regole di utilizzo del pc: assolutamente indispensabili, definitele insieme ai vostri figli in maniera condivisa, cosicché tutto non diventi un’imposizione, ma una scelta frutto di un confronto tra i membri della famiglia. Inserite, se l’età del bambino lo richiede, delle restrizioni e dei blocchi alla navigazione.

Dialogate con i vostri figli in merito alla tecnologia, non solo disprezzando i giochi e le attività che divertono i vostri figli, ma facendo capire loro che la tecnologia può essere utilizzata non solo per giocare, ma può essere fonte di spunti e di conoscenze per studiare, imparare e trovare contenuti sui quali riflettere.

Insegnate loro a utilizzare il pc per lo studio, per fare ricerche, per elaborare testi in formato PowerPoint (ppt).

Sviluppate nei giovani il senso critico e la capacità di discernere i contenuti presenti online.

Se i giovani bramano la tecnologia allora è giusto che la sappiano usare e padroneggiare: come navigare, quando, come e cosa scaricare.

Per esempio scaricare un’applicazione di gioco non è saper usare un computer e questo deve essere spiegato loro con incisività. Da molteplici sondaggi è emerso che la maggior parte dei giovani passano ore, giornate intere al PC, ma di fatto non sanno aprire un foglio in Word per scrivere, non sanno creare una tabella o altri banali strumenti utili a l’utilizzo consapevole del computer.

Infine, ma non meno importante: educhiamo i nostri figli e le nostre figlie ai pericoli che possono celarsi nella rete. Non dobbiamo avere paura di comunicare e spiegare loro argomenti complessi o scomodi, dobbiamo renderli capaci di muoversi nell’ambiente digitale, armati di consapevolezza. Manteniamo con i ragazzi un dialogo aperto sull’argomento tecnologia, diamo loro fiducia in modo che si sentano sereni e sicuri di potersi rivolgere a noi qualora si verificasse qualche problema.

E la scuola?

Anche la scuola ha il suo compito da assolvere per far sì che le nuove generazioni siano sì digitali, ma digitali consapevoli.

La scuola dovrebbe sviscerare la materia “tecnologia e web” facendo conoscere agli studenti gli aspetti non solo ludici, ma anche quelli professionali che offre questo affascinante mondo.

Sotto questo aspetto la scuola si sta mettendo in gioco. Già a partire dalla scuola dell’Infanzia (con le nozioni base) e ancora di più nella scuola primaria, tra le materie di studio è stata inserita la metodologia Coding, ovvero una metodologia didattica che educa al pensiero computazionale. Un processo logico creativo, perché utilizza metodi e strategie specifiche della tecnologia per la soluzione di un problema complesso.

Attraverso inizialmente giochi matematici e di logica, a poco a poco i bambini si avvicinano al linguaggio delle macchine, per poi un giorno padroneggiare la tecnologia. Per esempio nelle scuole secondarie di primo grado sono organizzati nel corso dell’anno numerosi incontri con professionisti delle forze dell’ordine per spiegare agli alunni il fenomeno e la pericolosità del cyberbullismo e degli altri possibili pericoli nascosti dietro a una banale chat.

Il terreno su cui lavorare è vastissimo, in continua evoluzione ed è necessario che tutti i soggetti interessati, la scuola e le famiglie siano costantemente informati.

Per concludere, tecnologia va bene, purché usata consapevolmente, con maturità ed equilibrio, ricordandoci che si compone di strumenti utili e senza correre il rischio che prendano il sopravvento nelle nostre vite “reali”.

“I legami umani sono stati sostituiti dalle connessioni. Mentre i legami richiedono impegno, connettere e disconnettere è un gioco da bambini”. (Z. Bauman)

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