Educare alle Life Skills

ARTICOLO SCRITTO DA: CHIARA CARLETTI, PRESIDENTE E FORMATRICE SCUOLA OLTRE

EDUCARE ALLE LIFE SKILLS

 

Recentemente è stata approvata dalla Camera dei deputati la proposta di Legge che valorizza e promuove l’utilizzo delle competenze “non cognitive” in ambito didattico.

Sebbene rimanga ancora da attendere l’approvazione del Senato, la definizione sopra ci pone di fronte a problemi di ordine differente: innanzitutto vi è un problema semantico per cui definire le le Life Skills come competenze “non cognitive”, rischia di compromettere la percezione delle stesse, così come la loro portata pedagogica.

La vecchia dicotomia – di cartesiana memoria – tra cognizione ed emozione è stata, infatti, superata dalla ricerca e dagli studi scientifici ormai da tempo, a vantaggio di una visione globale in cui emozioni e ragione operano in maniera sinergica, influenzandosi reciprocamente. Questo dato è confermato anche dalle neuroscienze che ci dicono che vi è un continuo scambio comunicativo tra le diverse aree del cervello, tra cui il sistema limbico e la corteccia prefrontale.

Lo studioso Daniel Goleman, autore del famoso testo Intelligenza emotiva (1999), parla di “due menti” per descrivere altrettante modalità di conoscenza. Secondo lo psicologo statunitense vi è una mente razionale, cosciente e pensante, e una mente emozionale, che è più istintiva e spontanea. Si tratta però solo di una distinzione apparente, in quanto la nostra vita mentale si costruisce e si sviluppa proprio a partire dalla loro interconnessione.

Questo significa che le Life Skills vanno promosse a partire da una visione globale e unitaria e per questo occorre collocarle all’interno di un quadro didattico articolato e complesso. Ciò significa che non vanno insegnate come se fossero una disciplina a sé, non costituiscono e non dovrebbero rappresentare, infatti, un ulteriore carico al già gravoso impegno a cui i docenti sono costretti ogni giorno. Si tratta, piuttosto, di competenze che possono essere raggiunte attraverso metodologie attivo-esperienziali (Bandura, 1977), integrandole alla didattica delle discipline e adattandole al contesto socio-culturale di riferimento.

Tutto questo può contribuire a evitare lo scollamento tra istruzione e formazione. Ciò significa che l’insegnamento delle discipline non deve prescindere da una formazione intesa come Bildung, ovvero come formazione umana dell’uomo, attraverso la quale ciascun soggetto prende forma e costruisce il proprio sé. Il sapere e, più in generale la cultura, devono concorrere insieme alla formazione del soggetto-individuo-persona, tenendo conto del suo ben-essere e ben-diventare.

Non a caso fu l’Organizzazione Mondiale della Sanità in un noto documento, Life Skills Education for children and adolescents in schools (1994), a diffondere il progetto Life Skills con l’obiettivo di promuovere la salute e il benessere di bambini/e e adolescenti. Fu un passaggio estremamente importante e significativo che segnò il superamento di un approccio meccanicistico-riduzionistico a uno bio-psico-sociale in cui la salute veniva considerata in termini di sviluppo delle potenzialità umane (Marmocchi et al, 2004). Nel documento del 1994, queste vengono definite come quelle competenze sociali e relazionali utili ad affrontare efficacemente le esigenze della vita quotidiana. Tra queste vi sono: la capacità di prendere decisioni (Decision making), la capacità di risolvere i problemi (Problem solving), la creatività, il pensiero critico, la comunicazione efficace, le competenze per le relazioni interpersonali, l’autoconsapevolezza, l’empatia, la gestione delle emozioni e la gestione dello stress. Le ricerche hanno dimostrato che coltivare queste competenze a scuola può migliorare la relazione educativa docente-studente, aiutare nella gestione della classe, limitare i comportamenti violenti, migliorare il rendimento degli studenti e ridurre la dispersione scolastica.

La didattica delle singole discipline dovrebbe dunque tenere conto di aspetti più ampi e complessi che interessano la salute e lo stare bene del bambino/a, così come dell’adolescente. Ciò implica, come sostiene Franco Lorenzoni, che se la scuola vuole davvero adempiere alla sua funzione democratica, deve ripensare i tempi di apprendimento, riportare al centro della relazione educativa il dialogo e promuovere un’educazione incidentale (Ward, 2018), abitando le piazze, i musei, i parchi e tutto ciò che il territorio – inteso come un testo didattico – può offrire. In altre parole, occorre vivere le materie per far appassionare gli studenti a esse e, soprattutto, bisogna avere il coraggio di strappare lungo i bordi [1], perché la vita non sempre va come l’abbiamo immaginata e l’italiano, così come la matematica, le scienze, la storia, la geografia… devono insegnarci, prima di tutto, a dialogare con noi stessi e con il mondo circostante.

Per tutti questi motivi lavoro da anni a una proposta formativa che promuove le Life Skills attraverso l’utilizzo in classe dell’ironia, intesa come un linguaggio da progettare e utilizzare all’interno del dispositivo educativo (Massa, 1987), in quanto capace di dar forma al soggetto. Utilizzare la categoria pedagogica dell’ironia nel corso del processo formativo del bambino/a e dell’adolescente favorisce, infatti, l’acquisizione di una forma mentis critica, creativa, riflessiva, aperta alla messa in discussione e al ribaltamento di prospettiva, oltre a contribuire alla costruzione di una relazione educativa empatica e a favorire la gestione della classe, rafforzando la coesione del gruppo e riducendo l’insorgere di comportamenti violenti. Infine, come ci dicono le neuroscienze, insegnare all’interno di un ambiente caldo (warm cognition), in un clima sereno, accogliente e positivo, consente anche di migliorare l’apprendimento degli studenti.

Siamo dunque di fronte a motivazioni più che valide per promuovere lo sviluppo delle Life Skills all’interno dei contesti educativi, purché questo venga fatto all’interno di una visione integrata della didattica, così come dell’individuo, e a partire da un ripensamento da parte del docente del proprio operari educativo.

 

[1] Se vogliamo dialogare con i nostri studenti, dobbiamo avvicinarci al loro linguaggio e ai loro riferimenti culturali. In questo caso l’espressione è presa dalla famosa serie Netflix del fumettista Zerocalcare.

 

Bibliografia

Bandura, A. (1977). Social learning theory. New York: Prentice Hall.

Goleman, D. (1999). Intelligenza emotiva. Milano: BUR – Rizzoli.

Marmocchi, P., Dall’Aglio, C. & Zannini, M., (2004) (Cur.). Educare le life skills. Come promuovere le abilità psico-sociali e affettive secondo l’organizzazione Mondiale della Sanità. Trento: Erickson.

Ward, C. (2018) L’educazione incidentale. Milano: Eleuthera.

World Health Organization. Division of Mental Health.  (1994). Life Skills Education for children and adolescents in schools. World Health Organization.

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