Diventare sé stessi

ARTICOLO SCRITTO DA: CAROLINA BIANCHI FORMATRICE SCUOLA OLTRE

DIVENTARE SÉ STESSI

Essere, mettendosi in dubbio

Copenhagen, parco di Frederiksberg, anno 2014.

Un piccolo gruppo di sconosciuti seduti in cerchio, con le gambe incrociate, attende l’inizio del primo incontro della meditazione di gruppo. Gli occhi si chiudono, la meditazione inizia.

Non saprei spiegarne la motivazione, ma quando ho pensato di iniziare a scrivere un articolo su questo tema, questo episodio autobiografico mi è subito saltato in mente e ho pensato di condividere la riflessione con la quale tornai a casa quel pomeriggio: tra quel gruppo di sconosciuti c’ero anche io, ed ero sconosciuta a me stessa.

Attraverso quali lenti guardiamo noi stessi, il mondo, prendiamo decisioni e ci relazioniamo con gli altri?

Di quante e quali etichette rivestiamo la nostra pelle e quella altrui?

Quante volte ci definiamo attraverso quello che facciamo e non attraverso quello che siamo?

Il lavoro che svolgiamo, lo sport che pratichiamo, il nostro percorso (e/o titolo) di studi, il ruolo che abbiamo in famiglia, il genere con il quale ci identifichiamo (o veniamo identificati) rappresentano per noi degli importanti mezzi per conoscere e riconoscere la persona che siamo e che diveniamo, attraverso processi che oscillano tra l’identificazione e l’allontanamento.

Credo, tuttavia, che talvolta i ruoli e gli stereotipi associati alle nostre varie identità possano diventare delle recinzioni che ci impediscono di scoprire nuovi e autentici aspetti di noi stessi, e anche di lasciare spazio ai desideri più coerenti con la nostra crescita. Incapsulati nel “quel che ci si aspetta da noi” ci muoviamo in uno spazio conosciuto, ma non autentico. Finiamo per diventare “quel che ci si aspetta da noi”.

Facendo un riferimento particolare al gender gap nell’ambito delle STEM, fa riflettere, tra gli altri, il fatto che i “Traditional Gender Role Belief” (credenze legate a particolari responsabilità di genere) associati al genere femminile siano fattori psicologici importanti che influenzano la disparità di genere nella scelta del percorso educativo e professionale. Alle donne, infatti, mancherebbero le qualità che servono per diventare scienziate di successo, per esempio.

Quanti talenti stiamo negando al mondo? Quanta trasversalità ci si sta perdendo perché sentiamo di poter avere delle competenze solo ed esclusivamente nell’ambito cui abbiamo deciso di dedicare i nostri studi? Potremmo essere dei viandanti che si muovono “in orizzontale” tra le diverse aree della conoscenza, ma quanto profondamente sono penetrati i punti che ancorano le etichette alla nostra carne?

Pur riconoscendo il valore di una formazione specialistica, potremmo esplorare ciò che ci affascina senza sentirci inadeguati o non all’altezza. Il mondo è una tavola imbandita da assaggiare, se lo vogliamo. Senza essere esperti sommelier saremmo comunque in grado di apprezzare attraverso i nostri sensi il gusto del vino.

Con questo non sto incitando ognuno di noi a rinnegare qualsiasi definizione abbia acquisito nel processo di crescita e di conoscenza di sé stesso, piuttosto a fermarsi a riflettere se il nostro divenire è coerente con quello che sentiamo di voler dare al mondo. Il nostro talento sta fiorendo?

Il mio parere è che se ci si trova in dubbio, si possa tentare di lanciarsi oltre il confine dei propri limiti, che non sono solo le proprie capacità, ma anche lo spazio entro cui la definizione di sé che abbiamo abitato fino ad ora ci permette di muoverci.

Un passo più in là, lasciando aperta la porta della conoscenza del mondo e di sé stessi attraverso il sentire, più che attraverso il capire.

Quando ci spogliamo delle definizioni che ci siamo (o ci sono state) incollate addosso, iniziamo a guardare il mondo con occhi pieni, con il cuore aperto all’imperfezione e al tentativo. Ed è in quel momento che quello che siamo, diventa quello che facciamo, e quello che facciamo ci rende infiniti nello svolgersi dell’azione. La perfezione non conta più, conta solo il divenire. Diventiamo quel che sentiamo, lasciando che si svolga nel mondo il nostro essere, dandoci la possibilità di vedere noi stessi nella realtà. In altre parole, per quanto possibile, di conoscerci.

Lasciamo che gli altri siano, anche e soprattutto quando l’altro ci stupisce e ci spiazza, distruggendo quel che di loro pensavamo di conoscere. Lasciar fiorire è un atto di amore.

Bibliografia

Botella C, Rueda S, López-Iñesta E, Marzal P. Gender Diversity in STEM Disciplines: A Multiple Factor Problem. Entropy (Basel). 2019 Jan 4;21(1):30. doi: 10.3390/e21010030. PMID: 33266746; PMCID: PMC7514138.

Dicke AL, Safavian N, Eccles JS. Traditional Gender Role Beliefs and Career Attainment in STEM: A Gendered Story?. Front Psychol. 2019;10:1053. Published 2019 May 8. doi:10.3389/fpsyg.2019.01053

Sobieraj S, Krämer NC. The Impacts of Gender and Subject on Experience of Competence and Autonomy in STEM. Front Psychol. 2019;10:1432. Published 2019 Jun 27. doi:10.3389/fpsyg.2019.01432

Related Posts

0 Comments

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *