Alberto Pellai racconta Mario Lodi – In dialogo

Alberto Pellai racconta Mario Lodi – In dialogo

16/02/2022

ARTICOLO SCRITTO DA: CAROLINA BIANCHI FORMATRICE SCUOLA OLTRE

ALBERTO PELLAI RACCONTA MARIO LODI – IN DIALOGO

In occasione del centenario della nascita di Mario Lodi, Scuola Oltre ha intervistato il Dr. Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e ricercatore presso il dipartimento di Scienze biomediche dell’Università degli Studi di Milano.

Alberto Pellai, che ha condiviso parte del suo percorso di ricerca e divulgazione con Mario Lodi, racconta e ricolloca nel contesto della scuola contemporanea il pensiero del Maestro.

 

In quale momento della Sua ricerca si è avvicinato a Mario Lodi?

Ai tempi in cui stavo lavorando sull’impatto che gli schermi televisivi avevano sul benessere dei bambini, dei soggetti in età evolutiva. Lui aveva appena scritto un racconto, un romanzo per bambini intitolato “La TV a capotavola”. Aveva già lasciato molte tracce, molti segni nel mondo pedagogico su questo tema. Io avevo scritto un libro che si chiamava “Il (nuovo) bambino che addomesticò il televisore” e lui lo aveva apprezzato. Ci eravamo incontrati per parlare proprio di questi temi, condividendo una visione molto simile, quindi, quando poi l’idea è stata quella di lavorare a un altro progetto di sensibilizzazione del mondo adulto sull’impatto degli schermi nella vita dei bambini, abbiamo generato questo progetto editoriale con lui e Vera Slepoj (Cara TV, con te non ci sto più, 1997) dove ognuno ha dato il proprio contributo. Questo ci ha permesso anche di fare un pezzo di percorso insieme, sia legato al libro, sia legato al manifesto che lui stesso aveva realizzato su questi temi, affinché arrivasse al mondo della famiglia e al mondo della scuola.

 

 

Qual è stato l’aspetto della personalità di Mario Lodi che l’ha colpita maggiormente?

Dal punto di vista personologico era una persona semplicissima, veramente bellissima, quando gli si stava accanto era proprio come respirare il carisma di un uomo. Quando lo avevo accanto percepivo da una parte tutta la sua storia di uomo, di maestro, di pedagogista, che conoscevo attraverso le sue opere e che vedevo veramente realizzata, poi, nella semplicità delle narrazioni con cui lui raccontava la pedagogia, soprattutto attraverso gli esempi dei bambini con cui aveva lavorato. Il suo era secondo me un lavoro scientifico, perché tutto quello che diceva di pedagogia era sempre basato sulle osservazioni dirette che lui aveva fatto dei bambini all’interno dei suoi gruppi classe, del suo progetto scolastico. Non c’era una cosa che lui dicesse in teoria che non avesse avuto riscontro in pratica nella sua esperienza di maestro. Credo che questo modo così semplice, così diretto, così profondo di raccontare la realtà dei bambini fosse proprio la cosa che poi l’ha reso allo stesso tempo così grande in ambito psicopedagogico, ma anche così bello da avere vicino. Tutti quelli che hanno fatto pezzi di strada con lui, piccoli come il mio, ma anche molto più lunghi, quando parlano di lui parlano davvero di una persona speciale.

 

 

Quali aspetti della pedagogia di Mario Lodi, secondo Lei, sono di particolare rilevanza per pensare e affrontare le sfide della scuola di oggi?

Ripartire proprio dal bambino, dai suoi bisogni fase-specifici, dall’approccio senso-motorio. Un bambino come corpo e mente che devono rimanere in equilibrio; un bambino profondamente immerso nella concretezza, nella realtà. Credo sia un messaggio straordinariamente antico e al contempo straordinariamente moderno. I bambini funzionano proprio in questo modo. Una scuola che favorisca una crescita sana e abbia un’attenzione pedagogica adeguata al mondo dell’infanzia deve ribadire proprio questi principi, perché altrimenti entriamo in quel tema che un tempo era la “schermizzazione“ e che, adesso, è la virtualizzazione della vita del bambino attraverso tutti i dispositivi elettronici che lo spostano in un mondo dove il movimento, l’approccio multisensoriale, che erano così profondamente radicati nel metodo di Mario Lodi, fondamentalmente non ci sono più.

 

 

In che modo il Suo pensiero dialoga con quello di Mario Lodi, in particolare riguardo al rapporto dei giovani con lo schermo?

Direi che effettivamente lui lo aveva raccontato molto bene dentro ad alcune sue opere, e anche dentro il racconto “La TV a capotavola”: guardava in modo critico la presenza di uno schermo negli ambienti di vita dove ci sono i bambini. Direi che quell’approccio critico che lui aveva messo nell’analisi della presenza della TV nella vita dei bambini, che adesso è diventata la presenza di qualsiasi altro dispositivo, resta tuttora molto valido, cioè i bambini crescono in un ambiente nei quali c’è un’alta presenza di schermi. Automaticamente, perdono il loro potenziale esplorativo, senso-motorio e anche tutta la dimensione socio-relazionale che è molto importante per tutto il corso dell’età evolutiva. Questi aspetti che Mario Lodi aveva raccontato, visto e ribadito molto bene, alla luce di tutta la sua esperienza di lavoro nel mondo della scuola e con i bambini, valevano allora come valgono oggi, e in parte rispecchiano molto del pensiero che ho condiviso e scritto, sia per la famiglia sia per il mondo della scuola.

Immagini Mario Lodi: dal web.

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